Svolgo questa professione da 20 anni e ciò che mi ha spinto a intraprendere questo tipo di lavoro è stata ed è la ricerca, iniziata dapprima sugli altri e poi spostata su di me. Ricerca per me vuol dire essere in grado di trasmettere agli altri delle esperienze reali che hanno portato cambiamento e trasformazione nella mia vita. E poi vivere le soddisfazioni che da questo derivano: constatare che ciò che ho trasmesso, anche solo una piccola cosa, è stata colta e trasformata dal cliente; sentire che per lui o per lei qualcosa sta cambiando, che la sua salute migliora, sia grazie al mio intervento iniziale, ma soprattutto grazie alla sua maggiore consapevolezza.
Ciò che è veramente importante per me nel mio lavoro è che il cliente si senta “a casa”, a suo agio e in fiducia nei miei confronti. Per questo lo accolgo con gentilezza, amorevolezza e rispetto, e queste sono anche le qualità che trasmetto nel trattamento, al di là della tecnica terapeutica. Questo mi permette di entrare in empatia e risonanza con il cliente e mi dà modo di riuscire a trasmettergli/le gli strumenti necessari per instaurare una reale comunicazione con il suo sentire e con il suo corpo, imparando ad ascoltarsi e a capire, nella quotidianità, quand’è il momento di agire o di fermarsi. Naturalmente, quando si ha a che fare con un problema di tipo “meccanico”, come spesso accade, è importante dare un immediato sollievo e giovamento, ma ciò che veramente mi preme “passare” è come prevenire le problematiche fornendo degli strumenti pratici da utilizzare nella vita di tutti i giorni.
Ci tengo a dire che l’evoluzione del mio lavoro passa soprattutto attraverso la mia crescita personale: più io mi evolvo e più posso far evolvere la qualità del mio lavoro. Questo mi ha portato sempre più a orientarmi verso una dimensione introspettiva, grazie all’utilizzo del Somatic Experiencing, con sempre meno enfasi su quale tecnica usare e maggiore attenzione a considerare l’insieme corpo-emozioni-mente e ad accompagnare il cliente in un percorso che vede lui come protagonista: capace di prendersi cura di sé e in grado di contare, quando è necessario, su un sostegno esterno.
Fabio Pavesi
Iscritto al Registro degli osteopati d'Italia - Tessera 791
Iscritto al Registro degli operatori di Somatic Experiencing - Certificati A.ISE
Il Somatic Experiencing è una tecnica terapeutica messa a punto dal Dr. Peter Levine e introdotta da lui stesso nel 1997. Utilizzato da psicoterapeuti e operatori della sanità in generale, questo strumento è destinato alla gestione di stati di shock e traumi e a incrementare la capacità di autoregolazione dell’individuo. L’approccio teorico del Somatic Experiencing è costituito dalla considerazione fisica del trauma. Che sia un PTSD (disturbo da stress post traumatico), un trauma dello sviluppo o uno stato di shock, il trauma è spesso considerato solo nella sua valenza psicologica e mentale. Peter Levin porta invece alla luce la sua componente fisica, identificando una serie di reazioni di sopravvivenza non portate a termine. Il Somatic Experiencing definisce il trauma come un accumulo di energie (le reazioni di sopravvivenza) non rilasciate. Queste energie sono quelle generate dal corpo del soggetto per far fronte al pericolo, ma che non sono state utilizzate poiché bloccate. Questo blocco è ciò che genera il trauma.
Peter Levine ha costruito il suo lavoro basandosi sull’osservazione di animali selvatici. Intuendo, infatti, una disfunzione prettamente umana nella gestione degli stati di pericolo, ha confrontato le nostre reazioni con quelle di animali selvatici, scoprendo una sostanziale differenza. Gli animali selvatici reagiscono al pericolo secondo tre modalità: l’attacco, la fuga ed l’irrigidimento. Quest’ultimo, anche definito “reazione d’immobilità”, indica la specifica reazione per cui una preda si finge morta prima che il predatore la uccida. Questa reazione ha la funzione di predisporre il corpo della preda a non sentire dolore, ma anche quello di ingannare il predatore per poter tentare una fuga in extremis. Se la fuga riesce, la preda, una volta al sicuro, è pervasa da un tremito che permette all’energia temporaneamente compressa di liberarsi: l’animale si scrolla letteralmente la paura di dosso. L’essere umano, invece, per una serie di condizionamenti sociali e psicologici, raramente si lascia andare al rilascio dell’energia in eccesso, ossia a questo “tremito”, dopo un grande spavento legato a uno scampato pericolo. Questo, generalmente, porta alla comparsa del trauma e all’instaurarsi di un loop energetico che spesso porta all’insorgenza di sintomi post-traumatici.
Il Somatic Experiencing promuove il risveglio dell’essere umano al proprio corpo e al suo istinto, garantendo così la libera circolazione della propria energia e il rilascio del trauma.
Il Somatic Experiencing si rivolge a tutte le persone desiderose di ricontattare il proprio corpo e la propria istintività al fine di reintegrare tutti gli aspetti dell’essere umano in un'unità non più tenuta a freno da condizionamenti psichici e sociali debilitanti. Indicato in particolar modo a chi si sente legato da sintomi post-traumatici, il Somatic Experiencing non è però limitato alla gestione di traumi ma si rivela un utile strumento anche per chi vuole semplicemente ricontattare se stesso.
L’approccio Somatic Experiencing ci dà la comprensione che ciò che accade nell’evento traumatico è una complessa reazione fisica, neurologica e psichica, oltre che energetica, e che può essere elaborata e scaricata attraverso la fisiologia. Fatti gravi come guerre, abusi, violenze, incidenti, ferite, malattie, operazioni chirurgiche e lutti sono eventi traumatici riconosciuti. Tuttavia, anche una serie di avvenimenti apparentemente banali come colpi, cadute, offese, punizioni, separazioni, procedure dentistiche o mediche invasive, nascita ecc. possono avere un effetto traumatico. In questo senso ciascuno di noi ha subito dei traumi. La traumaticità di un evento dipende dalla percezione e dalla capacità di reazione dell’individuo. Non esistono due persone che sperimentino il trauma nello stesso modo: quello che risulta nocivo per una persona può essere stimolante per un’altra. Gli effetti del trauma non sono una malattia, ma sintomi come: irascibilità, ansia, panico, stati d’impotenza, depressione, dissociazione, iperattività, insonnia, esaurimento ed emicranie, ad esempio, sono indicatori del fatto che qualcosa dentro di noi richiede attenzione. Se inascoltati, si trasformeranno via via in sintomi sempre più gravi. Il trauma può disturbare o pregiudicare ogni livello della nostra vita.
Le reazioni che avvengono nell’evento traumatico sono essenzialmente istintive, controllate dal tronco cerebrale e non possono essere influenzate dall’intelletto o dalla volontà. Questo spiega come mai gli approcci cognitivi e il lavoro con le emozioni possono migliorarne alcuni sintomi, ma non possono essere d’aiuto a risolverli. Quando ci sentiamo di fronte a una minaccia, percepita o reale, ci orientiamo, cerchiamo di valutare il pericolo e mobilitiamo poi tutte le nostre energie per la lotta o la fuga. Se le nostre azioni hanno successo, l’organismo ritorna al suo stato di equilibrio. Quando non abbiamo alcuna possibilità di lotta né di fuga, quale ultima strategia, non ci rimane che la risposta dell’immobilità: fingere di essere morti. L’enorme energia “congelata” può però non essere mai, successivamente, scaricata e se perdura per un periodo di tempo troppo lungo, l’alto livello di attivazione rimane presente nel sistema nervoso e di conseguenza si formano, spesso anche dopo anni, sintomi che possono essere rilevanti e influenzare la qualità della nostra vita.
Tra gli strumenti proposti dal Somatic Experiencing possiamo citare il felt sense, ossia il recupero delle sensazioni fisiche da parte del soggetto. Non si tratta infatti nel Somatic Experiencing di analizzare i traumi ma piuttosto di permettere al proprio corpo di sentire i propri movimenti energetici. Questo si realizza ponendo l’attenzione al proprio corpo e alle proprie sensazioni senza porre filtri. Il processo del felt sense porterà dunque gradatamente il soggetto a rivivere e a sperimentare le reazioni di sopravvivenza che non sono state portate a termine, in forma di ricordo o meno, al fine di sciogliere i blocchi del trauma.
In Somatic Experiencing si applica un principio chiave denominato “looping” (muoversi in cerchio) in cui il “facilitatore” aiuta la persona a incontrare piccoli pezzi di materiale traumatico e a riconoscere le proprie risorse oltre che a stabilizzarle. Seguendo le tracce delle sensazioni sentite dal corpo (felt sense), aiuta a costruire nuove esperienze interiori e sostiene il sistema nervoso portandolo a “scongelare” e scaricare l’eccesso di energia bloccata in modo graduale e sicuro, senza necessariamente riattivare e rivivere il trauma. La persona può così elaborare l’esperienza traumatica e riconquistare la continuità di sé, utilizzando la propria innata capacità di riequilibrio (autoregolazione). Il Somatic Experiencing è anche un modello di contenimento: non incoraggia la catarsi, ma aiuta invece la persona a passare dalla frammentazione all’integrazione.